martedì 14 novembre 2017

Senza partito

Testo dell'articolo pubblicato sul numero di ottobre di Città Nuova prima del crollo ulteriore della partecipazione al voto in Sicilia e a Roma Ostia 




«Ho fatto l'inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n'era tanta, ma anche le idee». Negli studi televisivi de La 7 è arrivata nell’estate 2017 la rivelazione inaspettata di Antonio Di Pietro, il magistrato che, nel 1992, incuteva paura e ammirazione. Il giudice, di estrazione contadina, incarnava l’attesa di una svolta decisiva per la società italiana, ma, dopo le sue misteriose dimissioni dalla toga, ha assunto incarichi ministeriali e fondato un partito dal percorso breve e controverso, pur avendo raggiunto il 4% dei voti. Con una sincerità che attribuisce all’avanzare dell’età, Di Pietro riconosce di aver costruito una politica basata «sulla paura che chi non la pensava come me era un delinquente. Oggi mi rendo conto che bisogna rispettare anche le idee degli altri» anche perché «purtroppo da quell'inchiesta si è creato un vuoto, non solo un vuoto di figure politiche, ma dell'idea stessa della ricostruzione della politica. L'inchiesta era doverosa, ma chi voleva fare o restare in politica doveva costruire una idea politica. Invece si è cercato il consenso sul piano individuale, sul personalismo».

lunedì 6 novembre 2017

Mazzolari e gli altri. Una storia da riscoprire




Quanto ha inciso e continua a formare la coscienza di tanti cristiani e non, l’insegnamento esigente e appassionato del prete di Bozzolo? Per cercare di rispondere a queste domande e far conoscere la complessità e la ricchezza attuale della testimonianza di Mazzolari ho intervistato per CN Extra lo scrittore Anselmo Palini,autorevole e sudioso di Mazzolari.

Le notizie essenziali ci dicono che don Primo è stato un sacerdote cattolico italiano, nato a Boschetto, Mantova, nel 1890 e morto a Cremona nel 1959. Cappellano degli alpini e decorato nella prima guerra mondiale, parroco a Cicognara (1920-32), poi a Bozzolo. Maestro di antifascismo, è conosciuto come testimone osteggiato della "chiesa dei poveri". La densità del suo insegnamento si è riversata in numerose pubblicazioni, inclusa la rivista Adesso che fondò nel 1948, ricevendo successivamente dai superiori la proibizione a collaborare. Tra i suoi scritti più noti: Il compagno Cristo (1946); La parola che non passa (1953); Tu non uccidere (1955) Della tolleranza (1959); La chiesa, il fascismo e la guerra (raccolta postuma di inediti, 1966).


Quale clima sociale e culturale respirava Mazzolari quando aderì alla Lega Democratica? Come si pose rispetto alla prima guerra mondiale?


Don Primo Mazzolari segue con un certo interesse il dibattito fra interventisti e neutralisti in Italia alla vigilia della prima guerra mondiale. Conosce Eligio Cacciaguerra, animatore della rivista “L’Azione” di Cesena e tra i fondatori della Lega Democratica Nazionale, che sostiene l’idea di un partito autonomo dei cattolici italiani. Mazzolari collabora con la rivista di Cacciaguerra, per la quale scrive diversi articoli riguardanti il rinnovamento ecclesiale. Allo scoppio del conflitto, Cacciaguerra assume una posizione interventista, molto lontana però dal nazionalismo proposto soprattutto dalle forze conservatrici. Don Mazzolari condivide la posizione del suo amico cesenate. In un lungo articolo intitolato Apostolato civile del clero italiano[1], scrive che «la patria è di tutti e ha bisogno di tutti». Se in nome dell’amore cristiano la guerra va condannata, essa tuttavia va promossa e sostenuta in nome della giustizia. Per il giovane e idealista don Mazzolari, la guerra può spazzare via tutte le ingiustizie e aprire la strada per la costruzione di una nuova civiltà. Una posizione giovanile,  radicalmente diversa da quella che sosterrà in Tu non uccidere. Scrive il giovane sacerdote cremonese:



Bisogna saper parlare della nostra guerra senza che ci perda la nostra dignità e la santità della nostra dottrina. L’Evangelo, che come carità condanna la guerra, come giustizia condanna l’ingiustizia. Tra questi due termini, che non sono antitetici, ogni anima di buon senso che sente come l’Ideale rispetto agli uomini non sia una realtà statica che s’impone, ma una conquista che l’avvicina grado grado, può trovare non una scappatoia logica, ma l’equilibrio morale per intendere l’Evangelo e la storia, per illuminare questa in quello. Così non c’è pericolo di essere confusi tra i guerraioli purché la nostra parola sia senz’odio come a cristiani si conviene, senza enfasi e retorica come è di ogni rivestimento della verità. Così adoperandoci, lavoreremo per la patria e per la Chiesa[2].



I cattolici sono chiamati a cooperare per il bene della patria, senza chiusure e rifiuti ideologici,  e talvolta è necessario trovare una sorta di compromesso e mediazione tra l’ideale evangelico e la concretezza storica, con l’obiettivo di migliorare la condizione umana. La partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale viene considerata da don Mazzolari secondo quest’ottica di mediazione storica inevitabile, al fine di combattere l’ingiustizia e per realizzare in Europa una pace duratura. Contro la prepotenza militare dei nazionalismi dell’Europa centrale, non resta, per don Mazzolari, che accettare il male della guerra. La posizione interventista viene vista come l’unico modo per garantire all’Italia il prestigio che l’imperialismo di Austria e Germania intende invece ostacolare.


mercoledì 25 ottobre 2017

In Sardegna con una lettera che arriva da lontano

Vado alle Settimane sociali di Cagliari con questa lettera inviata da don Renato Sacco


Era il 2 febbraio 1986 quando l’allora Presidente Nazionale di Pax Christi. don Tonino Bello Vescovo di Molfetta, scrisse una Lettera al fratello che lavora in una fabbrica di armi. A distanza di anni e alla luce di quanto succede anche in questi mesi in Italia, con la questione della RWM di Domusnovas, è un testo ancora di grande attualità. Innanzitutto perché pone in evidenza la questione etica: “collaborare alla costruzione di strumenti di morte”. Poi perché evidenzia che l’industria delle armi non garantisce un maggior numero di posti di lavoro. Anzi! Su questi temi, come coordinatore di Pax Christi, credo sia importante lavorare insieme. L’esperienza della Valsella di Brescia, nota fabbrica produttrice di mine, il suo impegno di riconversione che ha visto la collaborazione di tutti: società civile, missionari, comunità cristiane, sindacati, ecc. può essere un esempio.
Perché non aprire un tavolo di riflessione sulla riconversione? Con gli operai, i titolari della RWM, la società civile, la Chiesa, i sindacati, il mondo politico?
E’ in gioco la Vita. Il rispetto della Costituzione e della legge 185/90.
d. Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi
Ecco alcuni brani della lettera...
              “Caro operaio, ...
non regge a nessuno l’animo di dirti che, se pure incolpevolmente, tu collabori a seminare morte sulla terra. E neanche io te lo voglio dire.
Hai già tanti problemi sulle spalle, che non mi sento di gravarti la coscienza di un ulteriore fardello. Sei così preoccupato, come tutti i lavoratori, dagli spettri della fame, che non mi va di intossicarti anche quei quattro soldi che ti danno.
Hai così viva la percezione di essere vittima di una squallida catena di sfruttamento, che sarebbe crudeltà dirti senza mezzi termini che, oltre che oppresso, sei anche oppressore. Mi sembrerebbe di ucciderti moralmente prima ancora che le armi confezionate dalle tue mani potessero fare strage di altri innocenti.
Povero fratello operaio. Sei veramente chiuso in una spira mortale direbbe Ungaretti che non era un economista neppure lui, e neanche un alto funzionario dei ministeri romani. Ma era un uomo.
Quell’uomo che ti auguro di riscoprire in te, e che ti fa vomitare di disturbo di fronte all’ipocrisia di chi, con un occhio piange di commozione sulla fame del Terzo Mondo, e con l’altro fa cenno d’intesa con i generali. Quell’uomo che si ribella in te quando scorge che, dopo mezzo secolo, c’è ancora chi in alto loco è sensibile al fascino di antichi ritornelli imperiali, trascritti purtroppo sullo stesso pentagramma di profitto: colonnello non voglio pane; voglio piombo pel mio moschetto!.  ...
Quell’uomo interiore che rimane mortificato quando sa che la stessa cifra stanziata dall’Italia per armamenti, destinata invece per programmi civili, creerebbe trentamila posti di lavoro in più. Quell’uomo pulito che dorme dentro di te, e che la sera, quando torni a casa, ti spinge ad accarezzare senza titubanze il volto dolcissimo della tua donna; e ti fa porre le mani sul capo incontaminato dei tuoi figli, senza paura che un giorno si ritorcano su di loro, come un tragico boomerang, le armi che quelle stesse mani hanno costruito.
Certo, se io fossi coraggioso come Giovanni Paolo II, dovrei ripeterti le sue parole accorate: “Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita!”. Ma, a parte il debito di audacia, debbo riconoscere che il Papa si rivolgeva agli scienziati. I quali, di solito almeno economicamente, hanno più di una ruota di scorta.
Tu invece ne sei privo. E anche le ruote necessarie, se non sono proprio forate, hanno le gomme troppo lisce perchè tu possa permetterti manovre pericolose. Non ti esorto perciò, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte.
Ma ti incoraggio a batterti perchè si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita. E’ un progetto che va portato avanti.
Da te. Dai sindacati. Da tutti. Con urgenza. Con forza. ...
Ti abbraccio, don Tonino Bello “



martedì 24 ottobre 2017

Anna Frank a Roma

Romanista ebreo” è usato abitualmente come insulto, a Roma, tra i tifosi. Così l’uso dell’assonanza con i “rom”, i “nomadi”, che rappresentano, nella stessa concezione del mondo, l’insieme di ciò che è più detestabile.
Le immagini che raffigurano il volto sorridente della giovane Anna Frank, icona dell’Olocausto, con la maglietta della squadra di calcio capitolina, circolano da molto tempo e non ci si può illudere di affrontare il caso criminalizzando solo alcuni giovanissimi ultras.
Il ritrovamento di questi cimeli nella curva Sud (spazio dello Stadio olimpico assegnato convenzionalmente ai colori giallorossi) dopo un passaggio dei tifosi laziali assomiglia alla scoperta dell’acqua calda. Nel film “La scuola” (1995) di Daniele Lucchetti, il professore interpretato da Silvio Orlando si adira con i suoi studenti per la scritta “romanista ebreo” ritrovata in classe. Uno studente si pente e scusandosi gli dice: «mi dispiace professore, non sapevo che fosse romanista».
Espressioni considerate goliardiche come molte delle parole innominabili che invitano a bruciare le città avversarie. Valvole di sfogo da sempre utilizzate e perciò tollerate dai poteri prevalenti per rimuovere l’attenzione dai veri problemi.    
La novità, tuttavia, a Roma è che questa tradizionale divisione politica di memorie ducesche tra le due parti della città non esiste da tempo. Anche nella curva giallorossa si sente l’egemonia culturale dei gruppi di una certa destra estrema, presente da sempre non solo nei quartieri “bene” della metropoli ma anche nelle borgate popolari. Un solco segnato da gravi episodi di cronaca al tempo del terrorismo, ma vivi nel ricordo delle varie comunità urbane che celebrano i riti in memoria dei loro caduti. I gesti di riparazione vanno curati bene, non come ha fatto il presidente della Lazio, Lo Tito, che è andato a portare una corona di fiori vicino la sinagoga di Roma, senza attendere i tempi dei rappresentanti della comunità ebraiche tra le più antiche del mondo. Serve a poco anche cedere ai dettami della società dello spettacolo con copie del diario di Anna regalate come gadget. I libri vanno letti assieme e ad alta voce.
Bisogna, invece, sapersi porre delle domande sulla memoria condivisa di una  Nazione che nel 1938 introdusse le leggi razziali con il discorso pronunciato da Mussolini a Trieste. La stessa città dove, 20 anni prima,  sul molo audace sbarcarono le truppe italiane ribaltando la sconfitta di Caporetto al termine del massacro della Grande Guerra. Un orrendo mattatoio rivendicato proprio da chi, organizzando la marcia su Roma del 1922, si presentò al re Vittorio compiacente come rappresentante autentico dell’”Italia di Vittorio Veneto”.
A chi scrive, tifoso critico verso il calcio mercificato, quell’icona della giovane ebrea tedesca con la maglia giallorossa piace molto come parte di un quadro di famiglia.   



martedì 3 ottobre 2017

Poltica industriale di pace

Avvenire ha pubblicato inaspettatamente sabato 30 settembre 2017 questa mia lettera aperta che vuole chiamare ad un confronto sulla realtà delle cose sia Confindustria che sindacati 


O le bombe o niente lavoro Assurdo dilemma in Sardegna
La riconversione della Rwm è possibile, basta crederci


Caro direttore, come al solito 'Avvenire', anche nell' estate appena conclusa e in questo primissimo autunno, va contro corrente e riesce a parlare con sistematicità, non con articoli spot dalla cifra scandalistica, di questioni spesso rimosse dagli altri media. 

Il giornale nazionale da lei diretto ha così dato spazio alla scelta unanime del Consiglio comunale di Iglesias che si dichiara «Città di pace», ma nel suo territorio si trova davanti alla realtà della fabbrica che produce bombe che vengono inviate nella penisola arabica e utilizzate anche per la guerra nello Yemen. Sta qui il motivo per cui sempre più forte è salita la richiesta di interventi per una «riconversione integrale» dell' economia sarda, non solo della fabbrica interessata. Una richiesta tesa a sottrarre questo pezzo d' Italia a un ricatto inaccettabile: o bombe o disoccupazione. Le organizzazioni datoriali e sindacali locali hanno però smorzato tali attese, sostenendo la tesi della inconvertibilità di una delle poche aziende che danno lavoro in un' area depressa. La questione è troppo importante per essere data per chiusa e abbandonata, tanto più che proprio in Sardegna, a Cagliari, si svolgerà, a fine ottobre, la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani che pone a tema 'Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale'. 


D opo l' appello di alcune associazioni rivolto ai parlamentari lo scorso 21 giugno, la Camera dei deputati ha votato il 19 settembre scorso una mozione 'ammorbidita' sulla questione, che non cita neppure il nodo dell' invio di bombe verso l' Arabia Saudita. Un alibi per chi vuol tacere e girare la testa. Eppure non si può fare a meno di chiedersi che cosa abbiano da dire nel merito le parti sociali. Confindustria, cioè l' associazione degli industriali italiani, così come Cgil e Cisl, che raccolgono il maggior numero di iscritti al sindacato tra i lavoratori dipendenti dell' impianto Rwm, non possono immaginare di risolvere la questione della produzione di bombe in Sardegna, destinate alla guerra in Yemen, con le dichiarazioni sinora rese dai loro rappresentanti a livello regionale. Questi ultimi, più volte hanno dimostrato di accettare la tesi della impossibilità della riconversione industriale della produzione oggi assicurata, nel territorio del Sulcis Iglesiente, dalla società tedesca Rheinhmetall Defence che controlla la Rwm Italia. O ggi in Italia manca lavoro e quello che c' è spesso è sotto attacco sotto il profilo dei diritti e della stabilità. Per un dipendente, le parole «riconversione produttiva» hanno un suono inquietante, perché quei termini si associano a processi di ristrutturazione che finiscono per ledere diritti, competenze e conoscenze acquisite. Esiste una signoria incontestata della 'proprietà' che decide cosa, come e per chi produrre secondo strategie competitive e di redditività che sono sottratte a ogni discussione. Il ruolo del potere pubblico si limita, in questo schema intoccabile, ad attrarre e facilitare i capitali disposti a investire sul territorio, senza poter impedire future chiusure o delocalizzazioni maturate in sedi decisionali che operano a livello planetario. 

martedì 19 settembre 2017

Le anime belle della politica

Dice Alessio Lanfaloni da Assisi 

«Quando due anni fa ci siamo presentati alla Camera per iniziare un dialogo con i parlamentari sulle bombe inviate a paesi in guerra contro legge e la riconversione delle industrie belliche, un sincerissimo Pierferdinando Casini ci ha chiamato "anime belle", persone animate da grandi ideali ma ingenui perchè la realtà è un'altra. Non so se gli europarlamentari sono anime belle, lo spero ma non li conosco, sta di fatto che hanno chiesto compatti un embargo verso l'Arabia Saudita alla Mogherini, come avevamo fatto noi. Domani ci sarà il voto alla Camera su questo tema, finalmente dopo anni si è arrivati a calendarizzarlo».


mercoledì 13 settembre 2017

1917 -2017 l'obbedienza dovuta


Domande e risposte dall'Extra di Città Nuova sulla politica della nonviolenza attiva 

Come affermano gli storici, l’invocazione di Benedetto XV del 1917 intesa a fermare l’inutile strage era rivolta ai governanti del tempo senza sciogliere dall’obbedienza verso le autorità legittime i cristiani del tempo, generando gravi conflitti interiori come avvenuto ancor di più durante il fascismo. Oggi l’appello alla coscienza per l’esercizio della nonviolenza non dovrebbe comportare la disobbedienza verso la guerra come quella del 2003 in Iraq, del 2011 in Libia e le prossime avventure possibili in Medio Oriente? L’appello alla nonviolenza non mette in crisi anche la concessione delle basi Usa in Italia direttamente coinvolte con le strategie di guerra nel mondo come i bombardamenti sulla Siria? 

 Risponde così il filosofo  Roberto Mancini 








Oggi la scelta della nonviolenza comporta a mio avviso l’obiezione di coscienza verso le imprese belliche - ipocritamente chiamate “missioni di pace” - sia nel Medio-Oriente che in Afghanistan. 

In ogni caso è un’obiezione contro la prassi dei bombardamenti, dell’attività dell’industria bellica e della politiche di potenza. La scelta della nonviolenza deve contribuire alla rigenerazione dell’ONU e delle istituzioni democratiche internazionali che solo, semmai, avranno l’autorità e la responsabilità di frapporsi tra i carnefici organizzati in milizie e le popolazioni che sono loro vittime. 
La guerra e anche il terrorismo, in realtà, sono vere e proprie “istituzioni” preparate da tanti apporti: tipi di politica, interessi economici, industria bellica, ideologie. 

Affrontare questa complessità subito e solo nei termini della casistica che stabilisce quando si spara e quando no è un approccio astratto e pericoloso; piuttosto bisogna disinnescare e bonificare tutte queste varie cause. La nonviolenza è azione articolata, interposizione, prevenzione, educazione, stile di vita. Ed è intelligenza reale delle situazioni.